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«Un lascito testamentario ad una istituzione pubblica non è solo un atto munifico che testimonia un mondo di valori, ma, in quanto espressione di cultura, rinsalda i rapporti fra comunità ed alcuni suoi esponenti, giustifica la spinta collezionista, consentendo una circolazione meno privatistica del bene culturale. Esso va anche al di là dell’importanza della collezione e conduce verso la conoscenza di epoche, di strati culturali, di accumulazioni, di nuove e insorgenti motivazioni estetico-culturali, di smanie classificatorie e, a volte, anche di finalità sociali».

Così M. G. Tavoni si esprimeva nel suo primo saggio di storia del libro nel 1979, in occasione dell’apertura a Faenza del mirabile Palazzo Milzetti, una delle cinque sedi delle mostre del Settecento in Emilia-Romagna, in cui pure i libri, grazie ad Andrea Emiliani, vi entrarono a pieno titolo.

La «Libraria» Zauli Naldi. Repertorio delle opere, in L’ età neoclassica a Faenza 1780-1820, Faenza, Palazzo Milzetti, 9 settembre-26 novembre 1979, catalogo critico a cura di Anna Ottani Cavina, [et al.], introduzione di Andrea Emiliani, Bologna, Alfa, pp. 247-271.

Maria Gioia Tavoni

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«La mia vita professionale non ha seguito un cammino unico e lineare. Certo, non si è mai discostata dal mondo del libro, ma ci ha scorrazzato dentro in tutte le direzioni sovrapponendo anche diversi impegni. Mi sono laureata con una tesi in storia della carta in quella Facoltà di Magistero dell’ Ateneo bolognese, in cui ho avuto la fortuna di imparare da grandi studiosi di storia, maestri che mi hanno insegnato, in primis, l’importanza imprescindibile degli scavi nelle fonti archivistiche. Ho iniziato la mia carriera a Faenza, alla direzione della Biblioteca comunale, lavoro che è stato affiancato, dopo alcuni anni, dall’ insegnamento presso il Dipartimento di Storia dell’ Università di Pisa. Quando la docenza è diventata impiego strutturato in università, ho abdicato all’ incarico direttivo bibliotecario e, dopo gli anni toscani, sono nuovamente approdata a Bologna...» (M.G.Tavoni, Percorsi minimi, 2006).

«Penso che per lo spirito di amore per i libri che li sorregge e per l’ arduo compito che li attende il libraio e il bibliotecario si rassomiglino molto. Forse sono due mestieri utopici ed impossibili. Io credo di no. Ad un corso di Bibliografia e Biblioteconomia, qualche anno fa, ho imparato così» (Barbara Sghiavetta, Essere librai, in Belle le contrade della memoria: studi su documenti e libri in onore di Maria Gioia Tavoni, Bologna, Pàtron, 2009, p. 228).

Ho scelto un’unica testimonianza per presentarmi, che mi è molto cara perché proviene da un’allieva, Barbara Sghiavetta, la quale ricopre oggi a Bologna un ruolo di prestigio come libraia, mestiere anche da me praticato nei lontani anni Sessanta.

Chiudo la mia breve presentazione rifacendomi a un grande come Norberto Bobbio al quale sono assolutamente imparagonabile, ma di cui mi sento di sottoscrivere il dilemma di aver dedicato tanti anni della vita a insegnare e scrivere, «perseguitato dal dubbio di non essere all'altezza di questi due ardui impegni».